Dubbio Marino-Maran.
Pasquale Marino o Rolando Maran successore di Montella alla guida tecnica del Catania? E’ questo l'interrogativo che si pone la dirigenza etnea in queste ore, chiamata a scegliere il nuovo allenatore per la stagione 2012/13. Il tecnico di Marsala si conosce abbastanza anche perché ha già un passato rossazzurro. Maran invece, reduce da una brillante stagione a Varese, è tutto da scoprire. La redazione di ISP ne spiega la sua filosofia di gioco di questo tecnico che dà molta importanza agli allenamenti settimanali lavorando sulla intensità della seduta. Maran iniziò con il 4-2-3-1 sulla panchina del Bari.
L’inizio- Smessi i panni di giocatore, Rolando Maran diventa allenatore in seconda, poi lavora con i giovani del Cittadella, per approdare così in prima squadra. “Il settore giovanile –spiega Maran- mi ha permesso di fare esperienza, di verificare le mie idee in un ambiente dove il risultato deve essere al primo posto. Dove il risultato diventa la possibilità di insegnare qualcosa ai ragazzi per far passare il messaggio importante. Mi spiego: allenando la Primavera hai il compito di dare le ultime indicazioni prima del salto nei professionisti. Oltre a tutte le nozioni tecniche, è fondamentale stabilire degli obiettivi reali coi giovani, obiettivi simili a quelli delle prime squadre. Ho cercato di trasmettere ciò che nessuno mi ha mai detto quando ero calciatore, cioè il fatto che si può vivere di calcio. Che puoi fare come professione il giocatore senza andare in fabbrica o in banca. I ragazzi devono aver presente questa possibilità non da poco, pronti a dare il massimo per riuscirci”
Il lavoro fa la differenza- “La mia esperienza da secondo è stata significativa: appena ho smesso pensavo che bastasse conoscere le diagonali e i movimenti offensivi per poter allenare. Strada facendo ho compreso l’importanza della gestione del calciatore, dell’allenamento e del gruppo. Da giocatore pensi che ciò che conta è la partita, da allenatore sai che senza l’impegno settimanale, la partita sarà un insuccesso. Questo l’ho capito dopo. E ora cerco di trasmettere tale concetto alla squadra: senza lavoro sul campo, la gara sarà dura. Con la squadra organizzata hai qualcosa in più , hai certezze, sei cosciente che, persa una palla, i tuoi compagni sono pronti ad aiutarti, ad esempio. E tutto ciò lo ottieni lavorando con costanza in allenamento ”.
Imporre il proprio gioco- “Io chiedo alla mia squadra di fare sempre la partita! Solo se gli avversari saranno più forti, ci adatteremo. E’ chiaro però che in settimana, secondo la nostra organizzazione di base, studieremo accorgimenti che potrebbero mettere in difficoltà i nostri oppositori. Ma senza stravolgere tutto”.
4-2-3-1- “E’ stata la mia idea di partenza ma di solito valuto in base alla situazione momentanea. Mi piace cominciare l’azione con la palla a terra. Però se chiudono le principali giocate, soprattutto quella del difensore esterno, propendo per il calco in profondità. Alzo e stringo gli esterni, la punta centrale sceglie un lato verso cui muoversi per staccare di testa. Si tratta di una zona di campo che abbiamo preventivamente stabilito secondo lo studio della squadra avversaria. Se va verso destra, l’esterno gli taglia alle spalle pronto anche a ricevere la sua giocata sponda –lui o il mediano dalla sua parte- ; l’ala opposta stringe centralmente e il trequartista attacca la profondità. Per fare questa giocata ho bisogno di una prima punta forte fisicamente. Nel caso sia un attaccante di movimento, gli chiedo di rimanere molto alto per allungare l’undici avversario e permettere al trequartista di ricevere palla. In questo caso li tengo uno verticale con l’altro”.
I tempi di gioco- “Sono fondamentali i tempi di gioco. Li alleno soprattutto in fase di preparazione, utilizzo le porticine come ausilio didattico. Al segnale stabilito, ad esempio lo stop del difensore esterno, almeno 4 giocatori devono attraversare contemporaneamente la portina davanti a loro in modo da offrire più soluzioni al portatore di palla”
Il mio uno contro uno- “Fondamentale il lavoro delle ali. E’ una mia soluzione. Col cambio di gioco cerchiamo di isolarli in questa situazione, pronti a ricevere l’aiuto come già detto dell’esterno basso in sovrapposizione. Tutto ciò per creare la superiorità numerica”.
Tutto funziona- “Quando il lavoro produce risultati importanti te ne accorgi subito anche guardando gli occhi dei giocatori. Se vedi che le nuove proposte sono effettuate con intensità, anche in caso di errore, stai certo che la strada è quella giusta. Infatti, quando i giocatori si stimolano a vicenda, si sta andando nella direzione voluta. Il risultato è indispensabile per compattare il gruppo. Semplifica le cose, dà forza morale e credibilità. E’ chiaro che per migliorare bisogna operare sugli errori commessi però tendo sempre a rinforzare quanto è riuscito nel modo giusto. Ciò da la forza necessaria per crescere ancora per mettere a posto ciò che non funziona”.
Colloquio con i calciatori. “Uso sia quello collettivo sia quello individuale. Se noto che un giocatore ha bisogno di una mia parola, che mi cerca con lo sguardo, ma non viene da me direttamente, magari per timidezza, sono io ad andare da lui. Gli dimostro che sono a sua disposizione per qualsiasi chiarimento”.
Consapevolezza di un obiettivo- “I giocatori devono crederci in un obiettivo ma il primo devo essere io! E coinvolgendo tutti i giocatori, responsabilizzandoli. Facendo capire l’importanza di ogni singolo all’interno di un gruppo. La vittoria finale è fatta da chi gioca due partite a chi ne gioca trenta. Ognuno ha il suo compito dentro una squadra”.
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